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In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende) ---- A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro. Sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi. (Carl Gustav Jung)

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO:QUANDO LA BANDA PASSAVA...
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177. GLI ANNI DELL'ODIO...OGGI di Roberto Rapaccini


Questo periodo sto leggendo una raccolta di saggi su Pasolini (‘Pier Paolo Pasolini. Intellettuale del dissenso e sperimentatore linguistico’). Ripensando ai tempi  della mia adolescenza durante i quali Pasolini era molto attivo, tempi  fin troppo pieni di ideologie spesso travisate e banalizzate, lontani dall’omologazione attuale che lo stesso Pasolini con acuta lungimiranza aveva previsto, mi chiedevo se i giovani di oggi, cresciuti in un contesto tanto diverso dal nostro, potessero intuire il clima nel quale siamo maturati. La risposta è venuta dal giovanissimo Gianluca Rapaccini (frequenta a Milano il V Liceo Scientifico) che ha scritto  un racconto ispirato ad una storia vera, intitolato “Quel tragico mercoledì… 27 anni dopo”.  Il suo elaborato è stato premiato  nell’ambito  del concorso’69-’80 Gli anni dell’odio, un’iniziativa annuale che ha come obiettivo principale quello di tenere viva la memoria dei tragici episodi di terrorismo che sconvolsero l’Italia di quegli anni. La storia è una cronaca che riesce a rendere con straordinaria lucidità il difficile clima di quei decenni. Eppure Gianluca non ha vissuto allora. Quando la cultura si coniuga con la sensibilità, può compiere questi miracoli! Di seguito si trascrive lo scritto di Gianluca. Roberto Rapaccini

 “Quel tragico mercoledì

...27 anni dopo
16.04.12
Parte 1: Il colore della strada (dalla parte di Samuel)

Uscii di casa per l’ora di pranzo e mi diressi verso Piazza della Repubblica. Quel giorno si scendeva in piazza per i problemi inerenti al diritto alla casa, e il Movimento Studentesco (MS), di cui facevo parte, aveva aderito alla manifestazione. Arrivai sul posto ed il primo che incrociai fu Claudio, mio coetaneo, abitava a Bollate e frequentava l’Istituto Tecnico per il Turismo. Non ci vedevamo da molto tempo, per questo ci stringemmo in un abbraccio amichevole. Sebbene fossimo appena diciassettenni, ci accomunava una forte appartenenza alle stesse idee, idee che ci avevano spinto lì quel giorno. Era caldo quel 16 aprile. Il sole bruciava sopra i nostri corpi, sudati, arrossiti, impegnati alla protesta. La manifestazione pacifica venne scortata per più di un’ora e mezzo, poi i manifestanti si divisero in diversi gruppi, alcuni di questi si dileguarono, altri rimasero lì, io fissai il cielo, privo di nuvole. Ciò mi rese possibile percepire l'ora dalla posizione del sole, erano passate le 4 di pomeriggio e di lì a poco ci saremmo dovuti dirigere verso l’Un. Statale con una trentina di militanti del MS. Così facemmo mezz'ora dopo. Camminando ebbi l’occasione di discutere con gli altri riguardo gli avvenimenti del giorno prima, come lo sgombero dei cittadini USA a Saigon, in Cambogia, o i venticinque mila licenziamenti di massa da parte della Volkswagen a Bonn. Nonostante questi fatti interessassero popoli lontani da noi, condizionavano notevolmente l’opinione pubblica italiana di quegli anni. Grazie all’esiguo numero di persone e ad un passo spedito, raggiungemmo piazza Cavour in pochi minuti. La piazza era splendente e silenziosa, ogni colore veniva esaltato dagli energici raggi solari, tanto da far saltare all' occhio il nero delle camicie di tre ragazzi impegnati nel volantinaggio dalla parte opposta della strada. Erano a non più di 150 metri da noi e ogni tanto si voltavano per vedere se ci stavamo avvicinando o meno, senza però interrompere la loro attività. Quella che fino a quel momento era stata una giornata tranquilla, sarebbe cambiata radicalmente in pochi minuti. Alcuni dei nostri li riconobbero subito. Facevano parte del Fronte Universitario d'Azione Nazionale (FUAN) e la loro presenza, a nostro avviso, non era che un pretesto per ''conquistare'' la zona. Tra le nostre fila si era convinti che i neofascisti, facendo così, imponessero una sorta di coprifuoco per qualsiasi espressione di antifascismo, intimidendo chiunque non simpatizzasse per loro e cercando di colpire i militanti di sinistra. Così fecero anche con noi, ci provocarono con diverse offese ed insulti, sventolando i volantini in segno di sfida. Indipendentemente da quella situazione, odiavo quando si veniva giudicati o presi in giro in base ad una posizione, in questo caso, politica. Quelli che erano lì con me, la pensavano ugualmente; così ci avvicinammo minacciosi ai tre, che, considerata la differenza di numero, dopo alcuni tentennamenti, incominciarono a fuggire. Due di loro ci riuscirono senza problemi, ma il terzo, poiché zoppicava, si rifugiò in una Mini Minor di colore amaranto, che rifletteva la luce dal suo tettuccio bianco. Così ci riversammo rapidamente verso l’auto per circondarla e alcuni ne ruppero i vetri con le bandiere. Claudio ed io ci trovavamo nel mezzo della ressa, intorno alla Mini, intenti, come gli altri, ad intimorire il ragazzo, che, spaventato, frugava freneticamente tra gli scompartimenti dell' auto. Poi, all’improvviso, quel rumore. Quel botto che non avevo mai sentito prima. Si ripeté due volte. Poi una terza. Il mio cuore si fermò e persi lucidità. La vista si appannò per qualche secondo e le orecchie cominciarono improvvisamente a fischiare. Poi la sgommata della Mini mi riportò alla realtà. La vidi andare via velocemente per via Turati e subito il mio sguardo si volse a terra: Claudio giaceva sull'asfalto con il viso e la barba intinte in una pozza di sangue. I miei occhi, increduli, assieme a quelli degli altri, lo fissavano inerme a terra. Lo squadrista aveva sparato tre proiettili dall’interno della sua auto e uno di questi aveva perforato la fronte di Claudio. Quando l’ambulanza arrivò non c'era più niente da fare, era morto un altro ragazzo e aveva solo 17 anni.
Delle susseguenti ore ricordo ben poco: c’era una gran confusione in città, poiché la notizia fece il giro di Milano in pochissimo tempo e, sebbene pochi di noi rimasero ad aspettare i soccorsi, piazza Cavour si riempì di gente curiosa, triste e indignata. Passai la notte tra mercoledì e giovedì con i gruppi di estrema sinistra a presidiare la sede de ''Il Giornale'' in piazza Cavour, poiché si era convinti che l'intento di Montanelli, al tempo suo direttore, fosse quello di riportare, nel quotidiano del giorno seguente, la tesi che indicava i militanti comunisti come gli aggressori e gli unici colpevoli. Ricordo confusamente quella notte, avevo appena perso un amico e in piazza Cavour regnava il caos totale, il sole che la faceva risplendere se ne era andato ormai da qualche ora assieme al raziocinio di chi ne aveva distrutto i lampioni, facendola cadere nel buio più totale. Quel 16 aprile 1975 segnò il periodo più triste della mia giovinezza e contribuì a scriverne uno dei più oscuri della storia italiana. Il mattino seguente mi svegliai con gli occhi lucidi dalle lacrime e l'istinto di vendicare Claudio fu più forte di me, tanto da spingermi a scendere nuovamente in strada al fianco dei miei compagni. Fin dalla prima mattinata si radunò, come deciso il giorno prima, un corteo corposo in Piazza Cavour, lo raggiunsi giusto in tempo per seguirlo fino alla sede del Movimento Sociale Italiano (MSI) di via Mancini. L’atmosfera era terribile. Trovammo una compagine di missini schierati in strada ad aspettarci, ma a dividerci si era collocata una numerosa squadra di poliziotti e carabinieri, tra i quali riconobbi mio fratello maggiore, Francesco. Era entrato a fare parte dell’Arma un anno prima, da quel giorno il nostro rapporto si era congelato e raramente capitava che ci frequentassimo. Feci finta di non averlo visto, voltandomi dalla parte opposta, lui fece lo stesso. I miei occhi si incrociarono con i suoi, offuscati dalla plastica del casco antisommossa, solo per un attimo, un attimo che durò un' eternità. Lui si vergognava di me ed io ancor più di lui, ma il caso volle che quel giorno ci incontrassimo all’incrocio tra Corso 22 Marzo e via Mancini, dove il corteo si accalcò prepotentemente per poter arrivare alla sede del MSI. In prossimità di quell’incrocio iniziarono i tafferugli tra noi e la polizia; poco tempo dopo, il fumo delle molotov e la polvere si erano incanalati tra gli edifici di via Mancini, la quale assumeva sempre più le sembianze di un fiume in piena, che in tutta la sua densità, impediva, a chi vi si trovava immerso, di distinguere il giorno dalla notte. Raccolsi tutta la rabbia che avevo in me e mi scagliai contro il gruppo di poliziotti in un urlo di battaglia. Mi trovavo lì per un’idea, un’idea che ritenevo giusta, in quel momento più di prima della morte di Claudio. Come un lampo mi apparve il suo viso sorridente, poi quel fischio nelle orecchie. L’odio mi accecò e fu un altro giorno di ordinaria violenza.

17.04.12
Parte 2: Il peso della divisa (dalla parte di Francesco)
La carta appena stampata mi lasciava l’inchiostro fresco sulle dita. "Resa di Phnom Penh. La guerra è alla fine, recitava la prima pagina de ''La Stampa'' il 17 aprile 1975. In secondo piano, un articolo raccontava la triste vicenda del giorno prima: ''in uno scontro tra due gruppi avversi, in mezzo ai passanti, un fascista, Antonio Braggion, ha ucciso con un colpo di pistola un giovane del Movimento studentesco, ragazzo di diciassette anni, Claudio Varalli, abitante a Bollate, studente dell'Istituto professionale per il turismo''. Mio fratello lo conosceva quel ragazzo, mi capitò di vederlo qualche volta, quando veniva a pranzo a casa nostra. Aveva un animo spigliato e spesso frettoloso, come se volesse viversi fino infondo ogni secondo della sua vita. Ho sempre pensato che quell’atteggiamento, comune tra gli amici di mio fratello, così focoso e talvolta irruente, fosse solo una fase dell’adolescenza, solo una moda per sentirsi parte integrante del gruppo. Purtroppo i nove anni di età che mi separano da mio fratello non mi permisero di capire subito quanto fosse autentico il comportamento di quei ragazzi e quanto fosse potente la condivisione della stessa idea. Claudio non lo vidi più dopo che Samuel, in seguito alla mia scelta di entrare a far parte dell’Arma, decise di lasciare casa, andandosene a vivere con altri quattro compagni del MS. Erano circa le 8 del mattino, la notte l’avevo trascorsa a vigilare sui cortei che si dirigevano verso piazza Cavour in protesta, ma una nuova giornata di guerriglia sarebbe iniziata di lì a poco e se ne sentiva già il presagio. Nel bar di fronte al Comando di via Amedeo 5 era caduto un silenzio tombale. Si potevano percepire solamente i tintinnii delle tazzine, portate dal barista ai clienti per servire il caffè, quel giorno, più amaro del solito, che ognuno di noi, fresco di divisa, era intento a finire, sebbene fosse concentrato su quello che ci avrebbe aspettato nelle ore seguenti. Si stimava che quella mattina migliaia di dimostranti sarebbero scesi in strada a protestare e circa duemila tra noi erano stati scelti per controllare i numerosi cortei che avrebbero occupato le vie del centro. Quel giovedì, dopo quasi un anno speso nell’Arma dei carabinieri, per la prima volta, avrei vestito la divisa dell’antisommossa; ero teso, tanto da non riuscire ad apprezzare il rosso acceso del bagliore, che una splendida alba stava riflettendo sulle vetrate. Finii di bere il caffè con estrema fretta e presi una sigaretta dal nuovo pacchetto da dieci di "Diana rosse". Non fumavo spesso, ma avevo il vizio di sperimentare tutte le marche di sigarette e qualche volta mi capitava di comprarmi un pacchetto. Pagato il caffè, uscii dal bar e incominciai a fumare, incamminandomi verso i camioncini che ci avrebbero trasportati. Assaporai l’aria come se non lo avessi fatto da anni, mi rivitalizzò e mi diede quel minimo di tranquillità per godermi l’ultimo tiro di sigaretta, in buona parte consumata dal vento, e salire sul camion, nel quale alcuni miei colleghi avevano già preso posto, con tanto di casco e scudo antisommossa. Mi preparai anch’io e dopo alcuni minuti partimmo alla volta di piazza Cavour, dove la maggior parte dei cortei si era data appuntamento. Scuole e università erano chiuse quel giorno e gli studenti, assieme agli scioperanti, si erano uniti alla protesta, portando la piazza a ritrovarsi colma di gente. Si percepiva un clima di tensione, forte malcontento ed estrema indignazione. Coi megafoni i capi-corteo davano indicazioni ai vari gruppi presenti; si potevano facilmente sentire alcuni cori, che talvolta si accavallavano uno sull' altro, contro il fascismo e in memoria di Claudio; il ronzio delle voci era incessante e andava crescendo continuamente man mano che si aggiungevano altre persone all' ormai unico corteo che si era costituito.
In tarda mattinata il grande corteo si mosse in direzione di via Mancini, con l’intenzione di assediare la sede del MSI; alcune camionette lo scortavano da dietro, altri, tra cui quella in cui mi trovavo io, raggiunsero al più presto quella che sarebbe stata la destinazione dei manifestanti. In meno di 40 minuti centinaia di persone giunsero all’incrocio tra corso 22 Marzo e via Mancini, dove si trovarono ad aspettarli altre centinaia di missini a difesa della sede. Tra le due fazioni, c’eravamo noi. Le strade, chiuse dalla prima mattinata, erano diventate ora campo di battaglia, fra i presenti si potevano individuare ragazzi armati di qualsiasi tipo di arnese: dalle mazze alle chiavi inglesi, dalle bombe carta alle molotov. Mossi velocemente lo sguardo tra i volti dei manifestanti e, dalla plastica della visiera, vidi mio fratello farsi spazio tra le prime linee, aveva il viso parzialmente coperto, ma riuscii ugualmente a riconoscerlo poiché indossava la felpa che gli avevo regalato due anni prima per il suo compleanno. Fu una fitta al cuore vederlo così vicino, in quel contesto, con quella felpa. Come persi di vista la sua sagoma, i suoi compagni cominciarono a lanciare diversi ordigni verso i fascisti e subito dopo partì una carica nei nostri confronti. Fu un insieme di sensazioni forti e adrenalina tanto da non essere in grado di ricostruire lucidamente ciò che passai in quei momenti; un brigadiere chiamò l’aiuto dei colleghi che si trovavano nei camion in coda al corteo, che percorsero a tutta velocità corso 22 Marzo in nostro sostegno, ma il loro passaggio causò qualcosa di imprevisto: improvvisamente, un’ondata di furia fomentò tutto il corteo, dal fondo si videro centinaia di persone incalzare velocemente verso di noi. Poi, nello sgomento si sentì la voce di un vice brigadiere appena arrivato con i blindati: ''È morto un ragazzo! Una camionetta ha schiacciato un ragazzo!''. La sua voce tremava e, nonostante tentasse di frenare le reazioni istintive dei suoi muscoli facciali, era possibile percepire il suo smarrimento, il quale, non appena sentimmo quelle parole, prese il sopravvento su tutti noi. La situazione era diventata ingestibile, appena venuti a conoscenza della notizia, i manifestanti incominciarono a spingere con più insistenza e in poco tempo riuscirono ad entrare in via Mancini. Nel fumo di quella via l’uomo tornò ad essere animale, l’odio aveva generato altro odio e una morte aveva portato ad un’altra morte. Quelle giornate d’Aprile del 1975 continuarono e sembrarono non finire mai, lasciando un segno indelebile nelle vite delle persone che le vissero.”

Testo romanzato e ispirato ad una storia vera.
Scritto in memoria di Claudio Varalli, Giannino Zibecchi e tutti i ragazzi morti durante i "giorni d’Aprile".
Gianluca Rapaccini

 


3 commenti:

Anonimo ha detto...

oltre ad un apprezzamento linguistico relativo alla scrittura sapiente e ben congeniata, è evidente un coinvolgimento emotivo legato ad un attento studio della storia ed un' accurata documentazione. Ne deriva, a mio avviso, un lavoro che coniuga cronaca e storia insieme ad una genere letterario che non trascura le descrizioni sia dei personaggi, che dell'ambiente circostante nonchè gli stati d'animo. Veramente notevole!
Chiara P

Anonimo ha detto...

Dimenticavo: concordo con quanto scritto da Roberto in apertura del pezzo e come prologo al racconto di Gianluca. Chiara P.

Sky R. ha detto...

Bello!
E strano pensare che chi ha scritto non sia di quel periodo, tanto appare evocativo.
Bravo!

Roberto L.

* * *

IN QUESTI ANNI ABBIAMO CORSO COSÌ VELOCEMENTE CHE DOBBIAMO ORA FERMARCI PERCHÈ LA NOSTRA ANIMA POSSA RAGGIUNGERCI

(Michael Ende)

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A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro, sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi.

(Carl Gustav Jung)