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In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende) ---- A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro. Sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi. (Carl Gustav Jung)

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO

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LA FOTO DELLA SETTIMANA a cura di NICOLA D'ALESSIO:QUANDO LA BANDA PASSAVA...
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247. L’INVIDIA: UNO DEI MOTORI DEL CONSUMISMO di Chiara Passarella





Mi è capitato di leggere un articolo sulla felicità,  consumismo e compulsione al consumo. Tale lettura ha generato in me  una serie di riflessioni sul sentimento dell’invidia insieme a curiosità e interesse per l’approfondimento dell’argomento. Innanzitutto per fare una corretta disamina credo sia necessario un piccolo excursus  sull’invidia e, per fare ciò,  prendo a prestito alcune riflessioni di Gustavo Pietropolli Charmet,  psichiatra e docente di Psicologia Dinamica all’Università di Milano. Dal punto di vista del sentire comune, e nell'opinione generale, l'invidia è sempre stata considerata un vizio  tra i più deplorevoli.  La religione cattolica  colloca l'invidia tra i vizi capitali, in diretta opposizione alla virtù della carità. L'invidia è anche definibile come una passione, un affetto, un sentimento. E in quanto passione è tradizionalmente legata alla tristezza: "tristezza per i beni altrui" la definisce San Tommaso. L'invidioso infatti è triste perché il suo desiderio più profondo e lacerante è quello di sottrarre all'altro i suoi beni per appropriarsene e goderne al suo posto. A ciò si accompagna in genere la sensazione, da parte di colui che invidia, che quello che l'altro possiede sia immeritato. Di qui la necessità, per l'invidioso, non soltanto di soddisfare la propria brama, ma di provocare la sofferenza, o la privazione, nell'altro. Questo complesso intreccio di sentimenti viene efficacemente rappresentato nell'iconografia classica che ritrae l'invidioso come personaggio dai tratti eccessivi, caricaturali, solitamente impegnato a osservare da lontano, con sguardo torvo e malevolo, la legittima soddisfazione di qualcuno. È soprattutto a causa di questo aspetto distruttivo che nei confronti dell'invidioso non scatta il meccanismo di identificazione e di conseguenza è impossibile provare compassione. L'invidioso soffre terribilmente, ma in qualche modo la sua sofferenza viene considerata giusta, una sorta di contrappasso immediato per un sentire tanto meschino. Anche l'etimologia del termine conferma la radice visiva dell'espressione: nel verbo “invidere” la particella “in” ha valore negativo, vale “non”, nell'accezione di “cattivo”. “Invidere” - e quindi “invidiare” - vuol dunque dire “guardare male”, in un senso molto forte, che equivale a gettare il “malocchio”: un occhio maligno, appunto, cattivo. A ciò corrisponde anche la locuzione di uso comune “non lo posso vedere”, indirizzata di solito a qualcuno verso il quale si prova un risentimento di marca invidiosa: colui che “non si può vedere” è colui la cui vista provoca uno strazio intollerabile, quasi una minaccia per la propria sopravvivenza. A prescindere dalle sfumature di significato che le varie discipline hanno saputo distinguere all'interno di questo sentimento, si è in genere concordi nel definire l'invidia come il rammarico e il risentimento che si prova per la felicità, la prosperità e il benessere altrui, sia che l'invidioso si consideri ingiustamente escluso da tali beni, sia che, già possedendoli, ne pretenda l'esclusivo godimento. Molti studiosi sono inoltre d'accordo nell'accomunare in una medesima categoria, quella del patire, il sentimento dell'invidia e quello della gelosia. Quest'ultima passione viene però generalmente considerata ammissibile, al contrario della prima, condannabile in assoluto e mai confessabile se non in una forma lieve e caratterizzata in positivo che, spogliandola del suo contenuto aggressivo, la trasforma di fatto in emulazione. Sentimento privatissimo perché, si diceva, inconfessabile e, dunque, non condivisibile, l'invidia svolge tuttavia il ruolo di detonatore di numerose dinamiche sociali. D'altra parte, se è vero che ha radici nel profondo - e lo scavo condotto con gli strumenti psicanalitici non fa che dimostrarlo - è pur vero che l'invidia si definisce sulla scena sociale in rapporto a un altro, l'invidiato, e poi al contesto più ampio che è quello che fissa i criteri di giudizio stabilendo così che cosa è invidiabile e cosa no. Anche per questo il sentimento invidioso è stato oggetto di studio di diverse discipline.  Relativamente all’invidia come uno dei motori del consumismo, dobbiamo osservare come il sistema economico, nell’attuale fase di sviluppo, interviene su due fronti. Favorire  la concentrazione dei capitali per consentirne un impiego sempre più “razionale” (includendo nella razionalità anche la pura speculazione finanziaria) e contemporaneamente ridurre il potere d’acquisto dei ceti meno abbienti, compresa ormai una parte del ceto medio. Il sistema economico però non può rinunciare al volano del consumo: come forzare, quindi,  il consumo al di là dei vincoli di bilancio e di reddito? Si spingono i consumatori all’indebitamento. Non basta quindi insistere sulla propaganda pubblicitaria che alimenta  falsi bisogni, ma diventa necessario individuare  una motivazione che trasformi il desiderio di consumo in compulsione al consumo. Questa motivazione è stata identificata nell’invidia sociale, nel rendere intollerabile e squalificante il confronto con qualcuno che ha qualcosa che il soggetto desidera: l’individuo è costretto per non stare male a consumare anche al di là delle sue reali possibilità economiche. Il potenziale danno che il soggetto ne ricava  è ampiamente ed in maniera illusoria  compensato dal raggiungimento del possesso di un  qualcosa che qualcun altro può invidiargli, ammesso e concesso che poi, il soggetto stesso non  continui  ad essere roso da un’implacabile invidia. Una società competitiva modella la psicologia dei soggetti in maniera tale da eleggere a principio del piacere il confronto vincente con gli altri. Nella misura in cui tale confronto si pone sul terreno del possesso di oggetti, è evidente che esso anima il desiderio di averne di più rispetto agli altri. In questa ottica, l’oggetto desiderato attrae irresistibilmente in quanto il possederlo significa, inconsciamente, giungere ad avere qualcosa che qualcun altro ha (essere alla pari) e che qualcun altro non ha (essere superiori). La dinamica della compulsione al consumo si iscrive dunque nel quadro di una società che comporta una gerarchia di status riferita alla disponibilità di oggetti assunta come indizio della superiorità o dell’inferiorità individuale. Essa non ha rapporto con il piacere personale, bensì si articola sul tema del confronto sociale. Si tratta dunque dell’espressione di una relazione sociale alienata, nella quale c’è sempre qualcuno che può far soffrire perché ha di più e qualcun altro che si può far soffrire ponendolo di fronte al fatto di avere di meno. Questo fa capire  facilmente la tensione ossessiva del desiderio prima dell’acquisto. Non possedendo l’oggetto, l’individuo sa che qualcun altro già ce l’ha. Circostanze queste che attivano in lui un’invidia patologica. In quest’ottica si inserisce anche  l’insoddisfazione che però  il soggetto ricava dal possesso: la tensione competitiva, infatti,  si orienta immediatamente verso un altro oggetto che manca, che qualcun altro ha. La compulsione al consumo maschera, insomma, un rapporto sociale distorto dall’invidia e dal desiderio di mettersi in condizione di liberarsene inducendola in qualcun altro. Rodere d’invidia nei confronti di qualcuno e far rodere d’invidia qualcun altro: questa motivazione patologica, che non è certo nuova nella storia dell’umanità, sembra stia assumendo nella nostra società un grande  potere sul comportamento soggettivo. Di conseguenza, l’aspirazione al benessere materiale, si trasforma  in una motivazione distorta, il cui obiettivo immaginario è giungere a non sentirsi inferiore a nessuno e a sentire che gli altri soffrono della loro inferiorità. Posto questo obiettivo, gli oggetti, per quanto ossessivamente desiderati, diventano inutili per quanto riguarda la loro capacità di produrre un appagamento umano. Essi sono solo lo strumento attraverso il quale si afferma un bisogno di socialità alienato. Ha scritto Seneca che “povero non è chi ha poco, ma chi desidera di più”. Sono stata  lunga ma se l’argomento ha generato interesse, potremmo,  in futuro, trattare l’argomento invidia anche dal punto di vista dei filosofi, degli psicologi e  degli psicanalisti. CHIARA PASSARELLA

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IN QUESTI ANNI ABBIAMO CORSO COSÌ VELOCEMENTE CHE DOBBIAMO ORA FERMARCI PERCHÈ LA NOSTRA ANIMA POSSA RAGGIUNGERCI

(Michael Ende)

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A chi può procedere malgrado gli enigmi, si apre una via. Sottomettiti agli enigmi e a ciò che è assolutamente incomprensibile. Ci sono ponti da capogiro, sospesi su abissi di perenne profondità. Ma tu segui gli enigmi.

(Carl Gustav Jung)